Quali sono le grandi trasformazioni che stanno attraversando il mondo editoriale e la rete della distribuzione libraria? E’ ancora possibile oggi pensare ad un modo di fare cultura, di credere e comunicare un progetto editoriale, in un mercato sempre più stretto tra i margini del profitto e del consenso a tutti i costi?
E ancora, quali sono le possibili risposte ai processi di concentrazione che rischiano di schiacciare gli editori e le librerie “indipendenti”?
Questi i temi affrontati da quattro importanti protagonisti del mondo editoriale italiano nel corso dell’incontro “Dialogo sull’editoria nel mutamento”, organizzato dalla rivista di analisi critica “ilcontesto“.
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Cody’s Books, piccola libreria indipendente molto conosciuta a Berkeley grazie alla fama degli intelettuali che da sempre la frequentano, chiude i battenti dopo mezzo secolo di attività. La ragione è molto semplice: mancanza di denaro. Il bilancio dell’esercizio è infatti da alcuni anni in passivo.

La sorte toccata a Cody’s Books fa particolare clamore a Berkeley, una città famosa per avere più librerie che banche. Ma ci sono ragioni che travalicano la realtà della città universitaria californiana e inducono a riflettere sulle condizioni dell’editoria indipendente. Il caso di Cody’s Books infatti non è un esempio sfortunato ma isolato: le librerie indipendenti negli ultimi anni subiscono sempre di più le pressioni delle grandi catene distributive e dei bookshop online come Amazon.com.

Al problema finanziario – che rappresenta il motivo più grave e contingente – si aggiungono motivazioni meno legate all’aspetto economico della distribuzione. Altro fattore, svantaggioso in termini di ampiezza del bacino di lettori-acquirenti potenziali, è rappresentato dalla scelta specifica del catalogo proposto. I grandi distributori, interessati ad allargare il numero di compratori, optano prevalentemente per letture di facile fruizione.

Librerie come Cody’s Book, conosciute per le proposte innovatrici (saggistica specializzata, bibliografie ragionate, commenti, organizzazione di conferenze a corredo dei titoli di catalogo) non possono reggere da sole in un ambiente economicamente così competitivo.

Gli scrittori sul Web

27 giugno, 2006

Only_revolutionsSembra che Only Revolutions il secondo, molto atteso, romanzo di Mark Z. Danielewski, in libreria negli Usa il prossimo settembre (in Italia all’inizio del 2007), abbia avuto l’onore di una voce su Wikipedia. Non solo la rete digitale sta scardinando le porte dell’editoria tradizionale, ma sta cambiando il modo di scrivere libri; e il rapporto tra gli autori e il loro pubblico. Only revolutions non è rivoluzionario solo nel titolo, ma soprattutto nella forma. L’autore ha annunciato che si potrà leggere nei due sensi, dal principio alla fine, e viceversa. Il romanzo avrà centinaia di note a margine che spiegheranno come diverse svolte nella trama siano dovute ai suggerimenti dei lettori affezionati di Danielewski confluite su un forum di Internet. Insomma, un romanzo collaborativo che ha avuto una genesi parziale sulla rete, simile in questo a Wikipedia, enciclopedia a mani multiple. Nelle rivoluzioni letterarie di Danielewski, però, il controllo ultimo, la parola definitiva, spetta ancora all’autore.
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Libri, Books, Bücher

27 giugno, 2006

La mostra, fino al 30 luglio, presenta artisti che, dagli anni Sessanta, si sono dedicati ad una ricerca espressiva sui temi del libro e della scrittura, come Joseph Kosuth, Giulio Paolini, Lawrence Weiner e Hanne Darboven, accanto ad altri che in anni successivi hanno creato opere in forma di libro come Enzo Cucchi, Nicola De Maria ed Ettore Spalletti. In occasione della mostra è stato chiesto agli artisti di allestire gli spazi entro i quali presentare le loro opere.


Castello di Rivoli, Piazza Mafalda di Savoia, Rivoli

Confession of an Aca/Fan è il blog che Henry Jenkins ha lanciato in previsione dell’uscita a fine estate del libro Convergence Culture: Where Old and New Media Collide. Con questo saggio l’autore intende indagare la relazione tra tre concetti-chiave: media convergence, participatory culture e collective intelligence.

Col termine convergence Jerkins intende descrivere l’enorme quantità di informazione che passa trasversalmente attraverso i media e i flussi migratori dell’audience che si spostano lungo i molteplici canali alla ricerca di diverse forme di intrattenimento. Un contenuto quindi in parte definito e imposto dall’alto, in parte attualizzatore dai desideri e dalle aspettative dell’audience.

In questo senso l’espressione participatory culture cerca di dare un’alternativa alla vecchia credenza di uno spettatore passivo. Quelli che un tempo venivano distinti in produttori e consumatori nel sistema dei media attuale possono essere ridefiniti come partecipanti, in interazione reciproca in base a nuove regole.

Questi concetti si innestano in un sistema caratterizzato da information overload (sovraccarico informativo), in cui non è più possibile gestire singolarmente l’enorme quantità di input. Il concetto di collective intelligence sottolinea la necessità di riunire e far collaborare la molteplità di competenze di cui ogni individuo è portatore.

L’autore intende quindi esplorare – col supporto di numerose case history – in che modo la produzione di senso definita dalle nuove relazioni informazionali tra gli individui e i media va ad agire sulla maniera di operare delle istituzioni religiose, educative, legali, politiche, pubblicitarie e persino militari.

Siamo così abituati ad associare il copyright alla formula "all right reserved" che  per molti di noi non è immaginabile un sistema differente. Al contrario, l’esplosione tecnologica degli ultimi anni sembra necessariamente condurre con sé un invito alla creatività, seguita da un sistema legale di garanzia del diritto d’autore più flessibile. Creative Commons rappresenta appunto un sistema alternativo che permette agli artisti di decidere quali diritti riservarsi sulle loro produzioni.

In ambito letterario sono subito sorte numerose risposte alle possibilità offerte dal copyright flessibile. Anche il settore musicale sembra aver accolto positivamente questa nuova opportunità. Molti artisti infatti hanno sostenuto la causa: dai Pearl Jam, che hanno registrato il video di Life wasted con licenza CC, a David Byrne e Brian Eno che, insieme alla casa discografica Emi, hanno deciso di rieditare l’album My life in the bush of ghosts con Creative Commons. Questo sistema dà la possibilità a chiunque di scaricare lo storico album del 1981 e di remixare, campionare ed editare a piacimento le tracce.
Per maggiori info si veda l’articolo di Repubblica

Questi sono solo due esempi di progetti a sostegno del copyright flessibile. La strada verso una fruizione alternativa della musica non è però priva di ostacoli. Come sostiene Gilberto Gil, ministro della cultura in Brasile, le case discografiche stanno cercando di sviluppare strumenti legali per impedire agli artisti di riappropriarsi delle proprie produzioni e distribuire la propria musica su canali diversi dal copyright tradizionale. Gil ha passato 6 anni in tribunale, finendo per riottenere i diritti su un catalogo di 400 canzoni che ora sono state ri-registrate con licenza Creative Commons, alcune con la formula "all rights reserved", altre invece con una copertura solo parziale, che permette di copiare, interpretare, manipolare i pezzi liberamente.

Da un articolo di Larry Rohter, The New York Times

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Il pomo della concordia è una nuova opzione di Office che permette agli utenti dei vari programmi del pacchetto di registrare i propri documenti sotto licenza Creative Commons. Dopo aver scritto un testo su Word o aver redatto una presentazione su PowerPoint, chiunque potrà aggiungere agevolmente il simbolo delle nuove licenze alternative (una doppia “c” racchiusa da un cerchio) e un link alla pagina Internet dove se ne spiegano il significato e le limitazioni.
Articolo da La Stampa